Il caso Anthony Joshua: Las Vegas è morta?

Il caso Anthony Joshua: Las Vegas è morta?

I recenti dati pubblicati circa la situazione patrimoniale del campione Anthony Joshua fanno emergere un dato interessante per il futuro della boxe

Anthony Joshua è sotto i riflettori ormai da tempo per il rincorrersi delle voci del suo prossimo match con Tyson Fury. Ora a fare notizia è il suo conto in banca che, a quanto riportato dai media inglesi, pare avere superato i 100 milioni di sterline (primo pugile britannico nella storia).

Con il match del secolo all’orizzonte, questo dato potrebbe facilmente più che duplicarsi nei prossimi mesi.

Joshua e Las Vegas: destini separati

All’apparenza la notizia potrebbe sembrare priva di grande interesse. Un atleta del livello del pugile di Watford ha, infatti, tutto il potenziale per generare simili numeri. Quello che è curioso per il mondo della boxe è che Joshua, a differenza di quasi tutti i grandi prima di lui, non ha mai combattuto a Las Vegas. Cosa vuol dire? La Mecca della boxe sta perdendo la sua centralità nel panorama mondiale? Forse si.

Anthony Joshua e il Medio Oriente: un amore destinato ad andare di moda

Anche se molti diranno che non è un fenomeno di per sé nuovo (vedasi Alì vs Foreman a Kinshasa e Alì vs Fraizer a Manila) quello che è chiaro è che oggi potrebbe diventare sempre più sistematico e meno episodico.

Le motivazioni alla base sembrano evidenti.

In primis a livello di immagine ospitare un match del genere con atleti come Anthony Joshua o Tyson Fury può spostare l’attenzione mondiale sul paese ospitante (magari distraendo l’opinione pubblica da argomenti scomodi). Poi dal punto di vista organizzativo e logistico un evento del genere è “da una botta e via” molto meno impegnativo a livello di infrastrutture e di numero persone coinvolte di un mondiale di calcio o di qualsiasi altro sport di squadra. Da ultimo poi, non va sottovalutato il fatto che dal punto di vista istituzionale la boxe è il selvaggio west e questo vuol dire meno persone da convincere e meno ingranaggi burocratici da scardinare.

E forse può essere un aspetto di non poco conto per evitare brutti scandali come l’ultima coppa del mondo di calcio assegnata al Qatar.

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